foto da unilad.co.uk

Da una parte Google, che annota (e poi conserva e vende) qualsiasi informazione sulle nostre abitudini, le nostre ricerche, i nostri spostamenti. Il colosso californiano ci controlla e ci conosce (quasi) meglio delle nostre mamme, e noi, tutto questo, abbiamo iniziato a considerarlo normale.

Dall’altra Qwant e DuckDuckGo. Il primo è un motore di ricerca francese nato per “rispettare la privacy degli utenti”. Online dal 2013, è arrivato anche in Italia lo scorso ottobre. Il secondo, motore di ricerca statunitense attivo dal 2008, è molto simile e utilizza le informazioni di crowdsourcing di altri siti, come Wikipedia, per migliorare l’esperienza di ricerca. La filosofia di entrambi è incentrata sulla tutela della privacy: stando a quanto dichiarano, non memorizzano gli indirizzi IP, nè utilizzano cookie o altri stratagemmi per “immagazzinare” informazioni sulle ricerche degli utenti.

Qwant (che vanta 20 milioni di ricerche al giorno) e DuckDuckGo (18 milioni) sono molto simili. Le agenzie SEO che operano nel posizionamento sui motori di ricerca a Milano e nelle altre capitali del web marketing europeo e mondiale continueranno a lavorare in ottica Google, la cui leadership commerciale non è mai stata in discussione: come più volte dichiarato, infatti, Qwant e DuckDuckGo non vogliono competere con Mountain View a livello commerciale ma mostrare qualcosa di diverso. Una sorta di alternativa etica e responsabile.

La differenza sostanziale tra Google e questi motori di ricerca privacy-friendly sulla gestione dei dati personali degli utenti ha creato attorno a Qwant e DuckDuckGo non poche simpatie, soprattutto in tempi di paranoia da profilazione. Non tracciando gli utenti – c’è però il risvolto della medaglia: la SERP di questi motori rischia di offrire risultati imparziali, o comunque non personalizzati, e quindi meno rilevanti, nonostante da Qwant assicurino che la differenza di risultati rispetto a Google si discosti soltanto del 4%.

Come fanno allora a guadagnare questi motori di ricerca? Dalle partnership commerciali (ad esempio con Amazon) e dagli annunci pubblicitari basati sulle ricerche, senza monetizzare vendendo i nostri dati agli inserzionisti.

C’è chi pensa si risolverà tutto in un fuoco di paglia; chi, invece, che queste alternative storiche alla profilazione compulsiva riusciranno a ritagliarsi una fetta di mercato. Si attendono sviluppi…

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